Ma quanti anni ha questo bambino che parla così bene?

Lo scriviamo senza indugi perché ci siamo passati e sappiamo che se siete arrivati qui c’è qualcosa che volete sapere sapere subito: Sì, avrete un bambino assolutamente normale. Lo amerete follemente e ogni tanto sarete preoccupati. Esattamente come tutti i genitori del mondo. Nè più (o forse un pochino di più, perché la diagnosi di qualsiasi cosa è sempre un pugno e non si può dimenticare) né meno.

Nostro figlio A. ha poco più di due anni e mezzo. La domanda che ci hanno fatto più spesso su di lui è: “Ma quanti anni ha questo bambino che parla così bene?”. E pensare che la sua mamma ha passato notti intere di terrore quando era in fasce pensando che non avrebbe parlato prima dei 4 anni e che la logopedia, la neuropsichiatria eccetera. Non è andata così, ma anche fosse successo, con l’occhio di poi, se anche avesse avuto qualche ritardo nel parlare – come per altro milioni di bambini xy in tutto il mondo – cosa mai sarebbe stato alla luce di quello che è lui? Possiamo dirlo ora, quando ci hanno sbattuto addosso la diagnosi era naturalmente solo panico e nessuna lucidità.

A. cammina da quando ha 13 mesi, va al nido da quando ha un anno e mezzo, va in bici è adorato da sua sorella e le sue amiche, gioca con tutti ed entra subito in contatto con le altre persone, grandi o piccoli che siano. Abbiamo paura per il suo futuro? Sempre meno, quasi più. Ci dispiace che lui abbia una X in più degli altri? E’ una domanda difficile, perché in parte sì certo, come ogni genitore avremmo voluto per nostro figlio la condizione di partenza perfetta (ma poi esiste?), ma ora per noi la sua X è una delle sue caratteristiche, è parte, solo parte, di ciò che è e noi non cambieremmo una virgola di ciò che è.

La diagnosi – dicevamo – è stata dura, data male, senza troppo tatto e senza darci alcun riferimento medico competente a cui rivolgerci. Poi abbiamo trovato Gennaro, googlando nelle notti insonni (e trovando ovviamente in rete anche miserie e scorrettezze e mala informazione) e da lì siamo stati accolti, accompagnati e siamo arrivati alla Mangiagalli di Milano, abbiamo incontrato la dottoressa Lalatta, splendida genetista, e il quadro ha iniziato a comporsi e a diventare comprensibile: non c’era nulla di inaffrontabile. E poi abbiamo conosciuto gli altri genitori ed è stato bello. Abbiamo condiviso e raccontato e pianto ma ci siamo fatti anche un sacco di risate sulle nostre paure.

Ora A. è ancora piccolo e nella vita potrà dover affrontare delle difficoltà (anche qui, come tutti al mondo) e noi ci saremo: ora sappiamo come poterlo aiutare molto più di prima se ciò dovesse accadere e questo ci ha resi dei genitori migliori e più attenti, non solo per lui ma anche per sua sorella.

Quello che ora sappiamo è che non siamo soli.

E che senza di lui la nostra vita non sarebbe così magnifica.

I genitori di A.

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